
Intervista esclusiva all’economista Paolo Savona, già Presidente CONSOB, nonché più volte ministro della Repubblica, anche durante la controversa stagione delle privatizzazioni
La stagione delle grandi privatizzazioni delle aziende italiane resta uno dei capitoli più controversi della storia recente del nostro Paese. Un processo iniziato in concomitanza con la sottoscrizione del Trattato di Maastricht e con le indagini di Tangentopoli che hanno decretato la fine della Prima Repubblica. Complice un clima infuocato e un’opinione pubblica influenzata dalle sentenze delle aule dei tribunali, le operazioni di vendita delle aziende pubbliche sono state finalizzate con fretta e senza una chiara strategia di che cosa volesse diventare l’Italia.
A distanza di più di 30 anni dall’inizio di quella stagione abbiamo deciso di sentire la versione di chi ha vissuto quel periodo in prima persona: Paolo Savona. Fino al marzo 2026 è stato Presidente della CONSOB, ma prima lo abbiamo conosciuto sotto divesi ruoli istituzionali come ministro della Repubblica.
Nel periodo preso in considerazione per questa intervista Savona ha ricoperto il ruolo di ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato dall’aprile del ‘93 fino allo stesso mese del ‘94, quando ha rassegnato le dimissioni.
Professor Savona, partiamo da una data spartiacque, 7 febbraio 1992. Quel giorno dodici Paesi europei, tra cui l’Italia, firmano il Trattato di Maastricht. Inizia così l’era delle regole di bilancio europee. Quanto ha inciso quella firma nella successiva stagione delle privatizzazioni delle grandi aziende pubbliche italiane? La firma del Trattato di Maastricht, con le regole che conosciamo, era un atto dovuto e inevitabile oppure c’erano i margini per negoziare condizioni e regole migliori?
Il Trattato di Maastricht poggia su due pilastri: la fissazione di regole comuni per la concorrenza e la nascita della moneta europea. La vera novità riguardò la moneta, perché la concorrenza era già parte, largamente sperimentata, degli accordi europei del 1958, divenendo solo più stretta. Un’unica moneta è principio fondante di un mercato veramente competitivo e, quindi, è l’attuazione dei due pilastri. Sulla natura pubblica o privata degli investimenti di un paese membro la posizione della Commissione è stata sempre neutrale, purché si rispettassero le regole della concorrenza. Le privatizzazioni sono il risultato del referendum, che decise di scioglierle, e delle reazioni alla corruzione che si era stabilita con la politica, esplosa nel 1992 con “mani pulite”. Esisteva invece una connessione con la clausola di convergenza verso il 60% del rapporto debito pubblico/PIL dal 100% allora vigente, decisa da Guido Carli, il Ministro del Tesoro negoziatore del Trattato, ma quando il Governo Ciampi chiese al Parlamento di destinare il gettito alla riduzione del debito, la proposta fu rifiutata e convertita in una raccomandazione, il cui valore politico è significativo.
Stesso anno, pochi mesi dopo, 2 giugno 1992. Sul panfilo Britannia l’allora direttore del tesoro Mario Draghi tiene un discorso di fronte a una platea di potenziali investitori nazionali e internazionali, in cui dà avvio in modo simbolico al processo di privatizzazioni. Nel corso degli anni si sono diffuse le teorie più disparate su quell’incontro, complice la sua natura estremamente riservata. Che cosa è successo su quel panfilo al netto delle speculazioni?
Sul Britannia c’ero anch’io, ma non ho partecipato ai colloqui riservati, quindi non so se sono stati stipulati patti segreti. Mario Draghi era Direttore generale del Tesoro e aveva un ruolo attivo nel processo nella formulazione delle regole per le privatizzazioni, che Amato e Carli decisero di attuare, prima imponendo per legge alle partecipazioni statali la natura privatistica e, a seguito del referendum che decise la liquidazione, avviando in concreto le privatizzazioni.
Tra i vari passaggi del discorso tenuto da Draghi sul Britannia salta all’occhio questo: “Quando un governo vende un asset profittevole, perde tutti i dividendi futuri, ma può ridurre il suo debito complessivo e il servizio del debito”. Oggi, a distanza di 34 anni, che tipo di bilancio possiamo trarre da quella stagione di privatizzazioni? Il risultato pende più sul lato dei dividendi futuri persi dallo Stato oppure sul debito pubblico ridotto?
La mia opinione è che fu un’occasione storica perduta per imprimere una svolta alle condizioni insoddisfacenti della nostra economia, perché non riuscì a conciliare gli interessi contrastanti dei gruppi dirigenti della politica e dell’industria italiani, mostrando una dissociazione tra volontà dell’elettorato e i poteri costituiti. Gli inglesi erano interessati a fungere da intermediari e noi ad avere il Regno Unito nell’UE.
Nell’ottobre del 1993 lei ha rassegnato le dimissioni da Ministro dell’industria, mentre il Governo si apprestava a vendere le quote del Credito italiano e del Nuovo Pignone. Quali erano le principali divergenze tra lei e gli esponenti di Governo che stavano portando avanti l’agenda delle privatizzazioni?
Le dimissioni furono un corollario delle condizioni brevemente descritte in cui si svolsero, perché da Ministro dell’industria avevo ricevuto la delega per “seguire” i problemi delle partecipazioni per realizzarle in modo coerente agli obiettivi di privatizzazione, seguite invece da una terna di Ministri di cui facevo parte con Barucci, Ministro del Tesoro, e Spaventa, Ministro del bilancio. Prodi, rieletto Presidente dell’IRI, invocò la natura privatistica per sottrarsi alle mie/nostre direttive, non perché volevamo imporre nuovamente un legame che si voleva interrompere, ma perché il Governo, tramite il Ministro del Tesoro, era l’azionista di maggioranza, evidenziando un’incoerenza tra le norme in materia e quelle del TUF.
Tra i vari settori controllati dallo Stato c’era quello bancario attraverso la Banca commerciale di Roma, il Credito italiano e Banco di Roma. Quali erano, se c’erano, i vantaggi per il sistema economico italiano di un controllo pubblico di parte del credito bancario? Oggi avrebbe senso il progetto di una banca pubblica?
La privatizzazione dell’IRI comportava quella delle banche che facevano a esso capo. L’autonomia della Banca d’Italia spianò la strada delle privatizzazioni delle banche di interesse nazionale rispetto ai vincoli che pose la politica e il mercato. Perciò arrivarono prima al traguardo.
Negli ultimi anni la compagnia aerea di bandiera ITA è stata venduta alla Lufthansa, il fondo americano KKR ha acquisito la rete fissa di TIM, mentre dopo aver investito diversi miliardi lo Stato italiano ha deciso di dismettere buona parte delle azioni possedute di Monte dei Paschi di Siena. La stagione delle privatizzazioni è ancora in corso oppure si tratta di casi isolati?
Le difficoltà che si incontrarono per attuare la decisione del referendum e la resistenza della politica, sorretta dalla pubblica opinione che sollecitava in modo incoerente con il risultato referendario, hanno riprodotto anno dopo anno lo schema delle relazioni tra politica ed economia del passato. La stagione delle privatizzazioni, se così vogliamo chiamarla, non è mai iniziata del tutto e non è mai finita.
Alla luce dell’esperienza storica italiana è possibile ottenere una risposta affidabile in grado di suggerire quale sia il modello di partecipazione statale nell’economia ottimale per il nostro Paese?
È come parlare del sesso degli angeli. Il modello teorico è quello che Keynes ha presentato nel 1936 con la sua Teoria generale, partendo dal fatto che il mercato perfettamente competitivo non esiste e che l’economia non volge spontaneamente verso la piena occupazione delle risorse e, se il settore privato rallenta, lo Stato deve sostituirsi. Purtroppo l’interpretazione della maggioranza degli elettori giudicano che gli investimenti dei privati latitano sempre e quindi spingono la politica a intervenire. In breve il modello di crescita dell’Italia non è mai cambiato.
L’idea principale è quella di creare, vivendo in una economia di mercato, le condizioni per invogliare gli investimenti privati ordinari e infrastrutturali, anche se per questi ultimi la presenza dello Stato è comunque indispensabile. Poiché la nostra dimensione demografica è relativamente modesta, il modello di sviluppo italiano resta inevitabilmente del tipo trainato dalle esportazioni, quindi le ragioni di scambio, le si chiami competizione, devono fungere da variabile di riferimento della politica; esse sono composte dal costo del lavoro e del capitale, dalla pressione fiscale, dall’onere dei servizi sociali, da altre variabili in azione o che irrompono di volta in volta, come quelle emerse a seguito delle preoccupanti vicende geopolitiche. La componente economica dell’educazione sociale svolge un ruolo determinante per mantenere la concentrazione sulle ragioni sociali. Cercare una soluzione diversa, come di volta in volta si sente ripetere é come discutere del sesso degli angeli.
