
Ecco come il gruppo Bilderberg ha svolto il ruolo di camera di compensazione del potere neoliberista tra gli anni’80 e ’90, con l’obiettivo di liquidare le aziende di Stato italiane.
A cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 si è verificato un cambio di paradigma che ha sovvertito la storia dei Paesi occidentali. Nel giro di due anni infatti tre pilastri di questo emisfero, Stati Uniti, Regno Unito e Francia, vedono un radicale cambiamento della loro agenda economica.
È il tris del neoliberismo con la nomina a Primo Ministro del Regno Unito di Margaret Thatcher nel 1979, l’elezione di Ronald Reagan alla Casa Bianca e l’insediamento di Francois Mitterand alla Presidenza francese nel 1981.
Termina così di colpo il patto sociale che obbligava la politica ad avere come obiettivo principale la creazione del lavoro per i cittadini, una condizione ritenuta necessaria per il benessere della società.
Da quel momento in poi il paradigma viene ribaltato: l’obiettivo principale diventa l’ordine dei conti pubblici, da ottenere anche a scapito del benessere sociale. Il pareggio di bilancio si trasforma così nel più alto simbolo di virtuosismo per uno Stato che, per ottenerlo, è costretto a mettere sul mercato anche infrastrutture strategiche per lo sviluppo del Paese. E infatti sempre in quel periodo ha inizio la stagione delle privatizzazioni, con grande beneficio per le banche d’affari, intermediari finanziari e privati che rilevano a prezzo di saldo settori di monopolio per loro natura.
Da dove trae origine questo progressivo ritiro dello Stato e parallelo avanzamento del settore privato? Una risposta potrebbe arrivare guardando l’attività di alcuni consessi informali, dove il mondo politico e il mondo finanziario occidentale hanno potuto trovare accordi lontani da occhi e orecchie indiscrete.
Tra questi spicca il Gruppo Bilderberg. Si tratta di un comitato d’affari composto da una ventina di persone provenienti dai Paesi dell’emisfero occidentale, che occupano posizioni di rilievo all’interno della società e che annualmente organizza una conferenza per discutere di temi di stretta attualità.
Il Gruppo si riunisce dal 1954 ed era nato inizialmente come strumento di propaganda in funzione anti sovietica durante la Guerra Fredda. Nel corso del tempo però, la commistione di interessi tra pubblico e privato ha gettato le basi per dare sempre più spazio ad obiettivi economici, tra cui l’espansione dell’economia di mercato. In questo senso l’attività del Gruppo Bilderberg è da ritenersi a stretto contatto con la diffusione dell’ideologia neoliberista e la conseguente stagione delle grandi privatizzazioni.
C’è infatti una curiosa coincidenza temporale tra la partecipazione alle conferenze del Gruppo Bilderberg da parte di alcuni esponenti del mondo politico ed economico italiano e il loro ruolo da protagonisti nella stagione del neoliberismo e delle privatizzazioni. Alla conferenza Bilderberg del 1978 fece per esempio il suo primo debutto Beniamino Andreatta, fino ad allora senatore di secondo piano della Democrazia Cristiana.
Il 1978 sembra però essere stato un anno di svolta decisiva nella carriera di Andreatta, perché solo un anno dopo, agosto 1979, viene nominato Ministro del Bilancio e della Programmazione economica durante il primo Governo Cossiga. Tuttavia è l’incarico immediatamente successivo che rende la parabola politica di Andreatta indissolubilmente legata al successo del neoliberismo in Italia: nell’ottobre del 1980 viene infatti nominato Ministro del Tesoro del Governo Forlani.
Si arriva così al 12 febbraio del 1981, una data spartiacque per il futuro economico dell’Italia, perché quel giorno un motociclista portò una lettera presso la sede della Banca d’Italia in via Nazionale a Roma, scritta e firmata proprio dal Ministro dell’economia Andreatta.
“Caro Governatore, ho da tempo maturato l’opinione che molti problemi di gestione della politica monetaria siano resi più acuti da un’insufficiente autonomia della condotta della Banca d’Italia nei confronti delle esigenze di finanziamento del Tesoro. In particolare l’esistenza di un obbligo di acquisto residuale in sede d’asta di BOT. Tale riesame dovrebbe portare ad un sistema in cui l’intervento della Banca d’Italia all’asta dei BOT sia una libera decisione della Banca stessa, e in cui l’offerta della Banca concorra, su un piano di parità con le altre, a determinarne il prezzo”[1].
Questi alcuni dei passaggi cruciali contenuti in quella lettera indirizzata all’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, guarda caso un altro personaggio che comparirà in seguito nella lista degli invitati del Gruppo Bilderberg. La lettera Andreatta-Ciampi sanciva così il divorzio tra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia: da quel momento in avanti l’istituto di via Nazionale non sarebbe più stato obbligato a comprare i titoli di Stato in avanzo, finanziando così la spesa pubblica, e lasciando invece il debito italiano in balia del giudizio dei mercati finanziari.
Restiamo però sempre intorno a quegli anni, perché alla conferenza Bilderberg del 1980 compare per la prima volta un economista italiano, che era stato per un anno durante il Governo Andreotti IV Ministro dell’industria, un personaggio fino ad allora secondario nel panorama politico del Belpaese: Romano Prodi. Da quella partecipazione ecco che anche la carriera di Prodi subisce una decisa accelerata.
Nel 1982 riceve infatti l’incarico di Presidente dell’Istituto di Ricostruzione Industriale, l’IRI, azienda di Stato che in quel momento controllava circa 1.000 società, dando lavoro a mezzo milione di persone. Non solo.
L’importanza dell’IRI per lo sviluppo del Paese diventa chiara osservando la molteplicità di settori controllati: bancario (con la proprietà della Banca Commerciale italiana, del Banco di Roma e del Credito italiano), siderurgico (Finsider), meccanico (Finmeccanica), cantieristico (Fincantieri), costruzioni (Italstat), telecomunicazioni (STET), trasporto marittimo (Finmare), trasporto aereo (Alitalia), trasporto stradale (Autostrade), alimentare (Società meridionale di elettricità), media (RAI)[2].
Tutto questo era quindi di proprietà dello Stato italiano, finché alla presidenza non è arrivato il professor Prodi. Durante il primo periodo di presidenza dal 1982 al 1989, Romano Prodi contribuì alla liquidazione di alcune tra le più importanti aziende del gruppo, tra cui Finsider, Italsider e Italstat. In un colpo solo lo Stato italiano rinunciava così al controllo del comparto siderurgico, dell’acciaio e delle costruzioni. Non solo.
Tra le vendite degli anni ’80 targate Prodi si registra anche quella di Alfa Romeo, azienda del comparto automobilistico passata nelle mani della FIAT. A questo proposito occorre segnalare che principale azionista del gruppo automobilistico torinese era Giovanni Agnelli, uno dei personaggi chiave proprio del Gruppo Bilderberg, addirittura membro del Comitato direttivo del club. E nello stesso comitato esclusivo sarebbe poi entrato in un secondo momento lo stesso Romano Prodi, a compimento di un cerchio affaristico perfetto.
Andiamo avanti con gli anni perché con la fine della Primo Repubblica l’Italia si avvia ad entrare in una nuova fase di espansione dell’ideologia neoliberista. È il 1994 e alla conferenza annuale del Gruppo Bilderberg fa la sua prima comparsa l’allora direttore del Tesoro italiano: Mario Draghi. Soltanto due anni prima l’Italia aveva vissuto uno degli anni più turbolenti della sua storia recente, il 1992. Un anno che ha visto succedersi una serie di eventi drammatici: Tangentopoli, la firma del trattato di Maastricht, l’omicidio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la speculazione di George Soros sulla lira e ultimo, ma non meno importante, una particolare crociera sul panfilo Britannia. Ed è proprio lì che troviamo come protagonista proprio Mario Draghi.
Sul veliero di proprietà della corona britannica, Draghi ha avuto infatti modo di parlare di fronte al gotha dell’economia finanziaria internazionale, tenendo un discorso con cui veniva inaugurata la stagione delle grandi privatizzazioni italiane[3]. Pronti via e l’IRI, l’ENI, l’INA e l’ENEL venivano trasformate in società per azioni aprendo il loro consiglio di amministrazione ad investitori internazionali.
È stato quello il primo passo di una lunga serie di dismissioni che hanno portato alla liquidazione dell’IRI nel 2002 e alla conseguente cessione ai privati delle telecomunicazioni, dei trasporti, del settore bancario e di molte altre aziende prima pubbliche. A distanza di anni risulta impietoso il giudizio espresso dalla Corte dei Conti sul processo di privatizzazioni che non avrebbe portato un miglioramento del servizio, bensì un incremento delle tariffe[4]. A chiudere il cerchio di questa storia affaristica c’è un ultimo soggetto: Goldman Sachs.
La colossale banca d’affari americana è stata infatti protagonista delle privatizzazioni in Italia, come dicono loro stessi sul sito ufficiale: “Nei primi anni ‘90 Goldman Sachs è stata fra le principali istituzioni finanziarie che hanno preso parte al primo programma di privatizzazioni del Paese. Tale programma ha compreso quotazioni ed operazioni di M&A (fusioni ed acquisizioni) aventi ad oggetto le principali istituzioni finanziarie, utility, compagnie petrolifere e società operanti nei settori delle telecomunicazioni e della difesa allora possedute dallo Stato italiano”[5].
I massimi vertici della banca americana sono stati infatti sempre assidui frequentatori del Gruppo Bilderberg, ma il cerchio non si chiude qui. Perché i protagonisti italiani del neoliberismo e delle privatizzazioni hanno avuto rapporti di lavoro proprio con Goldman Sachs. Mario Draghi ne è stato vice presidente per la sezione Europa, dal 2002 al 2005, mentre Romano Prodi ne è stato consulente proprio durante la presidenza all’IRI. In questo senso il Bilderberg può essere inteso come una grande camera di compensazione del potere, dove il mondo privato ha l’opportunità di cooptare esponenti dello Stato.
