
Dagli innesti finanziari opachi ai legami con la mafia, le domande aperte sulla nascita dell’impero economico del Cavaliere
C’è ancora oggi un grande buco nero sulle origini delle fortune economiche dell’uomo che, più di ogni altro, ha segnato la storia politica della “seconda repubblica” in Italia. Per decenni, infatti, magistrati e consulenti hanno cercato di indagare sulle modalità e i fondi attraverso cui l’imprenditore Silvio Berlusconi ha costruito il suo impero economico: un solido trampolino che lo ha portato – con grande successo elettorale – a quella discesa nell’agone politico da cui, fino al giorno della sua morte, non si è più tirato indietro. Cercare di districare questa matassa significa addentrarsi in una delle questioni più controverse della Repubblica, dove gli accertamenti giudiziari si scontrano con narrazioni politiche opposte e dove l’ombra della criminalità – pur senza un’attestazione definitiva dal punto di vista giudiziario – si allunga in maniera persistente.
Miliardi senza paternità
Miliardi senza paternità
Fino a oggi, gli inquirenti si erano concentrati su finanziamenti per 16,9 miliardi di lire affluiti tra il 1977 e il 1978, ricostruiti attraverso la cosiddetta «lista Dal Santo», un elenco rinvenuto nell’agenda di un commercialista e sindaco revisore legato a Fininvest. Anche in quel caso, si trattava di versamenti «in relazioni ai quali non sembrano disponibili informazioni circa l’origine “a monte”». La più recente analisi, avvalendosi di una «nuova produzione documentale», solleva il velo su ulteriori operazioni anomale. Nello specifico, i consulenti fiorentini si soffermano su una serie di acquisizioni societarie da parte di Fininvest, precedute da ricapitalizzazioni per miliardi di lire, anch’esse prive di tracciabilità. Il 26 giugno 1979, ad esempio, Fiduciaria Padana (interna al Gruppo Fininvest) acquisì partecipazioni in Parking Milano 2, Società Milanese Costruzioni e Società Generale Costruzioni Immobiliari. Secondo la relazione, alcune delle società coinvolte avevano aumentato il proprio capitale per complessivi sei miliardi di lire nei mesi precedenti all’operazione, ma non è stato possibile accertare la provenienza dei fondi utilizzati. Analoghe criticità, sempre secondo i consulenti, emergerebbero in altre acquisizioni, nelle quali la documentazione disponibile non consentirebbe di ricostruire l’origine delle risorse che contribuirono a determinare valori economici indicati in 27,6 miliardi di lire per una società e 20 miliardi per un’altra. Le operazioni vengono descritte nella relazione come non pienamente ricostruibili sotto il profilo quantitativo e della provenienza dei capitali.
Nell’ambito del processo palermitano contro Marcello Dell’Utri – già braccio destro di Berlusconi in Fininvest e senatore di Forza Italia, condannato in via definitiva a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa –, pur archiviando l’ipotesi di riciclaggio per insufficienza di prove, il tribunale aveva sottolineato come nessun consulente tecnico, né dell’accusa né della difesa, fosse riuscito a risalire «in termini di assoluta certezza e chiarezza, all’origine, qualunque essa fosse, lecita o illecita, dei flussi di denaro investiti nella creazione delle holding del gruppo Fininvest». Il collegio, presieduto dall’ex componente del pool antimafia di Palermo Leonardo Guarnotta, aveva anche evidenziato come Berlusconi, invitato a testimoniare, avesse scelto il silenzio, lasciandosi «sfuggire l’imperdibile occasione di fare personalmente, pubblicamente e definitivamente chiarezza sulla delicata tematica in esame».

Silvio Berlusconi nel gennaio del 1994
Il ruolo di Dell’Utri
Come abbiamo compreso, i complessi accertamenti sull’origine della fortuna economica di Berlusconi vanno dunque a intrecciarsi con un’altra linea di indagine: quella sul ruolo di mediatore storicamente assunto da Marcello Dell’Utri tra l’imprenditore e Cosa Nostra. Nella sentenza della Cassazione che nel 2014 lo ha condannato a sette anni per concorso esterno si legge infatti che «grazie all’opera di intermediazione svolta da Dell’Utri veniva raggiunto un accordo che prevedeva la corresponsione da parte di Silvio Berlusconi di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione da lui accordata da Cosa Nostra palermitana. Tale accordo era fonte di reciproco vantaggio per le parti che a esso avevano aderito grazie all’impegno profuso da Dell’Utri: per Silvio Berlusconi esso consisteva nella protezione complessiva sia sul versante personale che su quello economico; per la consorteria mafiosa si traduceva invece nel conseguimento di rilevanti profitti di natura patrimoniale».
Il patto tra Berlusconi e la mafia fu sancito nel 1974, in occasione di un incontro tenutosi a Milano e che vide allo stesso tavolo il futuro leader di Forza Italia, il suo braccio destro Dell’Utri, l’allora capo della mafia palermitana Stefano Bontate e il mafioso Francesco di Carlo. Esso è rimasto effettivo almeno fino al ’92, anche dopo la guerra di mafia scatenata dai corleonesi all’inizio degli anni Ottanta e la presa di potere di Salvatore Riina su Cosa Nostra.
Lo “stalliere” di Arcore
Una figura chiave nello snodo tra l’imprenditoria milanese e gli ambienti mafiosi degli anni Settanta è Vittorio Mangano. Originario di Palermo, con precedenti per estorsione, fu assunto — tramite la mediazione di Marcello Dell’Utri — nella villa di Arcore a partire dal 1974, dove si stabilì con la famiglia. La sua presenza non fu mai ricondotta a un semplice rapporto di lavoro: i giudici hanno ritenuto che Mangano fosse stato piazzato nella residenza di Berlusconi come garante e tramite tra gli interessi economici del Cavaliere e quelli di Cosa nostra. Negli anni successivi la sua posizione emerse con nettezza nelle indagini: Mangano risultò coinvolto, e poi incriminato, nelle inchieste sul traffico internazionale di droga che collegavano Palermo e Milano, e fu arrestato nuovamente nel maggio 1980. Il suo nome entrò direttamente nel Maxiprocesso di Palermo, quando Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno lo indicarono come membro della famiglia mafiosa di Porta Nuova. Dagli atti processuali e dalle dichiarazioni di collaboratori è emersa la dinamica per cui i rapporti tra l’imprenditore e la mafia passarono per soggetti come Dell’Utri e Cinà, con Mangano che svolgeva il ruolo pratico di collegamento e di «presenza» mafiosa nella villa berlusconiana.
Recentemente, la Procura di Caltanissetta ha chiesto l’archiviazione di Dell’Utri nelle indagini sulla strage di via D’Amelio: un discorso che va a intrecciarsi con quanto fino ad ora raccontato. Infatti, l’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex senatore di Forza Italia riguardava l’ipotesi che l’intervista rilasciata da Borsellino alla tv francese Canal+ del 21 maggio 1992 (che non fu trasmessa fino ai primi anni Duemila), in cui il magistrato menzionava le indagini sulle connessioni tra il boss Vittorio Mangano e Dell’Utri, nonché sui potenziali interessi della mafia verso le aziende di Berlusconi, potesse aver costituito l’input per la consumazione dell’attentato. Come ricorda la sentenza di appello sulla strage di via D’Amelio del marzo 2002, infatti, «Cosa Nostra era in condizione di sapere che Paolo Borsellino aveva rilasciato una clamorosa intervista televisiva a dei giornalisti stranieri, nella quale faceva clamorose rivelazioni su possibili rapporti di Vittorio Mangano con Dell’Utri». Secondo i giudici, non poteva escludersi che i contenuti dell’intervista a Borsellino «siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno ne abbia informato Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze». Sulla richiesta di archiviazione si esprimerà presto il gip. In ultimo, Dell’Utri è stato anche archiviato a Firenze in relazione alle stragi del 1993.
Le parole di Graviano
Secondo Graviano, l’incontro in cui Berlusconi avrebbe presentato la società ebbe luogo all’Hotel Quark di Milano. Come riporta il contenuto del verbale di un interrogatorio reso dal boss ai magistrati di Firenze che indagano sulle stragi del 1993, in occasione di quel meeting sarebbe emerso un documento rilevante. «Mio nonno – ha dichiarato Graviano – ha consegnato a mio cugino Salvatore una “carta” che mi ha mostrato: era firmata da Berlusconi e da tutte le persone che avevano effettuato l’investimento e prevedeva l’impegno di condividere il venti per cento di quanto era stato realizzato con l’investimento iniziale. La carta era stata predisposta da un professionista, non so dire se un notaio, un avvocato o un commercialista». Graviano ha affermato che tale documento sarebbe «ancora esistente e ancora conservato» e che l’intento suo e del cugino Salvatore «è sempre stato quello di ottenere da Berlusconi la formalizzazione dell’accordo».

L’ultimo incontro tra l’allora imprenditore Berlusconi e Graviano, secondo quest’ultimo, sarebbe avvenuto nel dicembre 1993. «C’è una riunione preliminare con me, mio cugino e Berlusconi a Milano 3», ha detto il boss. «La situazione andava regolarizzata. Siccome Berlusconi aveva detto di sì, dovevamo fissare un appuntamento. C’erano anche altre persone che però non mi sono state presentate in quell’occasione. Penso sapesse che ero latitante. Lo ero dal 1984 e io mi sono presentato col mio nome, sapeva che ero nipote di mio nonno». In tale occasione, ha aggiunto Graviano, «ci accordammo per formalizzare l’accordo di partecipazione societaria davanti a un notaio per la data del 14 febbraio 1994». Ciò, però, non avvenne, perché Graviano fu arrestato insieme al fratello Filippo il 27 gennaio 1994, il giorno successivo all’annuncio televisivo della “discesa in campo” di Berlusconi. Secondo la ricostruzione di Graviano, Berlusconi avrebbe consegnato parte della cifra in contanti al cugino Salvatore, che «investì il denaro nella Iti Caffè, che stava andando in fallimento», mentre «un’altra consegna è avvenuta quando è stato dato del denaro a Baiardo [favoreggiatore dei fratelli Graviano e “premonitore” della cattura di Matteo Messina Denaro pochi mesi prima che si verificasse, ndr] per acquistare un appartamento a Omegna». Occorre ovviamente precisare che, per essere giudicate attendibili, queste pesanti dichiarazioni dovranno passare per l’attento vaglio della magistratura. Fino ad ora, non vi sono sentenze che le abbiano confermate.
