
LA SVENDITA PER COLPIRE L’ECONOMIA ITALIANA “LA PRIVATIZZAZIONE”
Il 2 giugno del 1992 a Bordo del Royal Yacht Britannia appartenente alla Regina Elisabetta II di Inghilterra, non c’erano reali e non c’erano turisti.
A salire sul panfilo furono i massimi esponenti della finanza mondiale e dell’élite economica italiana.
Il 1992 si era aperto con situazioni complicate: Tangentopoli che aveva spazzato via l’intera classe politica; la Strage di Capaci dove morì il magistrato Giovanni Falcone.
L’Italia era sotto shock.
A questo si aggiunse un forte attacco alla Lira e l’Europa che stava con il fiato sul collo per i parametri di Maastricht, sottoscritto il precedente febbraio 1992, guarda caso proprio all’inizio di Mani Pulite. Mani pulite aveva distratto benissimo gli italiani dalla sottoscrizione di Maastricht passata quasi in sordina.
Con la precedente caduta del muro di Berlino (1989) e dell’URSS, le idee neoliberiste diventarono il mantra globale: meno Stato più mercato.
Gli italiani furono tediati e spaventati da programmi televisivi e articoli giornalistici, nei quali veniva ripetuta sempre la stessa solfa: il deficit.
Così l’Italia con le sue grandi aziende pubbliche, divenne la candidata perfetta per la terapia d’urto delle privatizzazioni.
A bordo del Britannia si ritrovarono i rappresentanti delle più grandi banche mondiali e tutto il gotha dell’economia italiana: Carlo Azeglio Ciampi (governatore di Bankitalia), Beniamino Andreatta, il vicepresidente dell’IRI Riccardo Gallo, e tutti i massimi dirigenti di ENI, ENEL, Telecom e Autostrade.
A fare gli onori di casa c’era Mario Draghi. Fu proprio lui a spiegare che vendere le grandi aziende pubbliche non era solo un’esigenza economica, ma un messaggio politico per i mercati internazionali.
Il concetto era “Se vogliamo entrare nell’euro, dobbiamo privatizzare. Ora.“
Quel giorno si scrisse l’inizio della fine dello Stato imprenditore italiano.
Fino ad allora, lo Stato controllava quasi tutta l’economia:
🔌 Energia (ENEL, ENI)
📞 Telecomunicazioni (Telecom Italia)
🛣️ Infrastrutture (Autostrade)
🏦 Banche (Credito Italiano, Banca Commerciale, Banco di Roma)
🏭 Industria pesante (Italsider, ILVA)
🧁 Alimentare (Motta, Alemagna, e altre)
l cuore di tutto questo era l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), nato nel 1933. Un colosso pubblico che aveva costruito l’Autostrada del Sole e guidato l’industrializzazione italiana.
Ma nel 1992, l’IRI era diventato un gigante fragile, con oltre 57mila miliardi di lire di debiti.
Il Governo di allora (primo Governo Amato) se solo avesse voluto avrebbe potuto, con moneta sovrana e titoli di Stato risanare i conti dell’IRI.
Dopo l’incontro sul Britannia, le vendite iniziarono una dopo l’altra
1993: Le tre banche più grandi (Credito Italiano, Banca Commerciale e Banco di Roma)
1994: Motta e Alemagna vendute a Nestlé
1995: Italsider passò alla famiglia Riva e divenne ILVA
1997: Telecom Italia
1999: Autostrade ai Benetton
Sebbene secondo Mario Draghi gli obiettivi di quelle privatizzazioni erano ridurre il debito pubblico, rendere più efficienti le aziende, creare grandi gruppi italiani competitivi, sviluppare un azionariato diffuso , le cose andarono di male in peggio.
Il debito pubblico, dopo un primo calo, riprese a salire dal 2008.
I servizi pubblici? In generale tariffe più alte, qualità spesso peggiorata.
I grandi colossi italiani? Molti sono diventati irrilevanti o sono scomparsi (Telecom, Alitalia, ILVA…).
L’Italia aveva fretta per entrare nell’euro, ma ha commesso errori enormi:
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Svendita a prezzi stracciati
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Nessuna protezione per settori strategici
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Zero garanzie sui piani industriali futuri
La lezione di quel 2 giugno 1992 è che quando si decide il destino economico di un paese, serve una visione strategica chiara, non solo la fretta di fare cassa.
