
Le ultime mosse della crisi iraniana consegnano un’immagine degli Stati Uniti d’America molto meno solida di quella che Washington ha cercato di proiettare nelle settimane precedenti.
Il punto non è che si sia aperta una finestra negoziale, che ha visto in Islamabad un mediatore credibile (altro che l’Italietta di casa nostra), perché la trattativa resta sempre preferibile all’allargamento della guerra.
Il punto è che quella trattativa si è aperta dopo che la Casa Bianca aveva spinto il confronto fino alla soglia dell’ultimatum, per poi sospendere gli attacchi per due settimane a ridosso della propria stessa scadenza e accettare un passaggio diplomatico che conduce a colloqui in Pakistan.
In una vicenda simile, il dato politicamente decisivo non è la pausa in sé. È il fatto che la pausa arrivi dopo una prova di durezza presentata come definitiva e poi corretta in fretta, quasi a confessare che la minaccia non era più in grado di reggere il peso delle sue stesse conseguenze.
Qui si coglie il vero ridimensionamento americano. Una grande potenza mantiene il proprio rango finché appare capace di unire fermezza e lucidità, pressione e previsione, iniziativa e controllo degli sviluppi. Quando, invece, passa in poche ore dal linguaggio della devastazione alla necessità del negoziato, il problema cessa di essere soltanto tattico e diventa un problema di credibilità storica.
Gli USA hanno mostrato di poter alzare il livello dello scontro, però non di poterlo chiudere alle proprie condizioni. Hanno mostrato di saper incendiare il quadro, non di possederne fino in fondo l’esito. E questo, per una potenza che pretende ancora di essere il centro dell’ordine mondiale, è già un arretramento molto serio. Il segno forse più eloquente sta nel modo in cui si è formata la tregua.
Il passaggio decisivo non è nato dentro una cornice imposta unilateralmente da Washington. È maturato attraverso la mediazione pakistana, mentre l’Iran ha aderito alla pausa senza assumere la postura di una parte vinta e ha continuato a presentarsi come interlocutore capace di porre condizioni, di difendere i propri margini e di tenere aperta la questione politica di fondo. Ne deriva un fatto molto semplice.
Gli Stati Uniti sono apparsi la parte più potente del conflitto, però non sono riusciti a trasformare quella superiorità in una disciplina politica dell’avversario. Non hanno ottenuto una resa, non hanno imposto una formula conclusiva, non hanno nemmeno potuto evitare che il negoziato prendesse forma dentro una cornice costruita anche da altri. Per questo la loro statura esce ridotta. Non perché l’America sia diventata debole, bensì perché è risultata meno decisiva di quanto la sua retorica imperiale continui a proclamare.
Anche la reazione dei mercati ha espresso, con la durezza impersonale dei numeri, un giudizio che la politica tenta spesso di mascherare. Il crollo del petrolio e il sollievo immediato delle borse non hanno accompagnato la tregua come si accompagna il compimento di una vittoria americana. L’hanno accolta come la sospensione di un pericolo divenuto eccessivo. Il mondo, in altre parole, non ha visto negli Stati Uniti d’Anerica il soggetto che riportava equilibrio dopo avere dominato la crisi. Ha visto piuttosto una potenza costretta a frenare dopo avere contribuito ad alzare troppo il prezzo del disordine. È questo il punto più severo.
Washington conserva mezzi immensi, conserva centralità, conserva una capacità di pressione che nessuno può negare. Appare, però, meno capace di convincere, meno capace di guidare, meno capace di dare ai propri atti una misura che li faccia riconoscere come politicamente ragionevoli. E una superpotenza, che si è autopresentata come tale e non ha mai smesso di “essere in guerra” fin dalla sua nascita, comincia davvero a ridursi quando resta temuta (ma per quanto ancora?) e smette, poco a poco, di apparire credibile.
