Napoli, Belle Époque 1885-1915

Recensione di Francesco Barbagallo

Pochi intellettuali come Francesco Barbagallo, docente di storia contemporanea all’università napoletana Federico II, conoscono bene la storia complicata del capoluogo campano, i ritardi accumulati, i luoghi comuni e le tante geremiadi sulle occasioni mancate. La scelta di riesaminare criticamente il periodo che va dallo scoppio del colera nel 1884 all’intervento italiano nella Prima guerra mondiale e sul quale la storiografia ha raggiunto, da diverso tempo, un giudizio piuttosto negativo è da salutare quindi con soddisfazione alla luce delle medesime valutazioni mosse in passato dallo stesso autore del volume.

Il colera apparve come la rivelazione di una fine di un’epoca, la dissoluzione del mito borbonico e romantico della “bella Napoli”, diffuso dai viaggiatori del Grand Tour, facendo crollare definitivamente l’idea di una città moderna, europea e spingendo il governo Depretis a intervenire con l’approvazione di un provvedimento ad hoc, la cosiddetta “Legge pel Risanamento della città di Napoli” . Fu decisa, mediante una serie di agevolazioni e un cospicuo finanziamento delle opere di bonifica e della rete fognaria, un’opera di sventramento della parte più antica e malsana del centro cittadino mediante colmata e rialzo del livello del suolo che arrivò a realizzare opere importanti nonostante la lentezza causata dalla sopraggiunta crisi bancario-edilizia che colpì le maggiori azioniste della società che aveva l’incarico della esecuzione dei lavori. In realtà l’azione rimase all’interno di una politica di intervento sociale dalla quale restavano programmaticamente escluse misure capaci di invertire la direzione assunta dallo sviluppo economico nazionale anche perché nella Società per il Risanamento figuravano i principali gruppi finanziari, tutti non napoletani, premessa di una ulteriore valorizzazione della rendita fondiaria cittadina, avvantaggiata dal ruolo centrale assunto dall’attività edilizia nella struttura produttiva napoletana. Tanto che, come sostenuto da Giuseppe Galasso, il Risanamento giocò una parte probabilmente decisiva nel confermare la vocazione all’edilizia del mondo economico cittadino, indirizzando verso di essa l’attività speculativa e la ricerca di sicure fonti di rendita della borghesia napoletana e confermandone la dipendenza da centri esterni alla città[1].

Secondo Barbagallo invece, nel complesso «Napoli acquisì un volto più moderno, di città europea, e le sue classi dirigenti dimostrarono di essere ancora attente e capaci di preservare un certo equilibrio ambientale e di tutelare le naturali risorse paesistiche, che restavano di particolare bellezza» (p. 14). Ed in effetti in pochi anni la città si trasformò grazie all’isolamento del Maschio Angioino, alla costruzione del Rettifilo, il varo della prima vera edilizia popolare napoletana nelle zone dell’Arenaccia e del Vasto, il rinnovamento di piazza Municipio e la realizzazione della Galleria Umberto I, punto di ritrovo dell’aristocrazia napoletana prima degli spettacoli al teatro San Carlo. E, in anticipo sulle altre città italiane, uno sviluppo del trasporto pubblico non indifferente per l’epoca: le inaugurazioni delle funicolari di Chiaia e di Montesanto e di due importanti linee ferroviarie di tipo metropolitano e suburbano, la Cumana e la Circumvesuviana, che cambiarono radicalmente la vita quotidiana dei napoletani. L’utilizzo della ferrovia portò non solo ad un miglioramento della condizione di coloro che abitavano nei dintorni del capoluogo ma fu anche un tentativo di sfruttare le bellezze naturali ed artistiche verso un primordiale mercato turistico che proprio in quegli anni vedeva la nascita.

Ed è anche per questo motivo che l’autore riconosce come tra Ottocento e Novecento Napoli fosse «una città moderna, ancora tra le più grandi d’Europa, certamente tra le più belle, che vive in modo acuto i consueti contrasti metropolitani tra l’esigua élite dei beati possidentes e le fitte schiere dei diseredati» pur in presenza di un serio problema, «capitali e capitalisti a Napoli non erano napoletani ma, salvo eccezioni, erano quasi tutti stranieri» (p. 41). In particolar modo erano in mani non italiane tutti i servizi pubblici che dalla metà dell’ottocento si sviluppano in concomitanza dell’ammodernamento della città e il conseguente sviluppo della società di massa: era francese la compagnia del gas, svizzere quelle elettriche, inglese la gestione dell’acquedotto del Serino e belga il servizio tranviario oltre alla concessione delle ferrovie per Piedimonte d’Alife e Baiano. Malgrado ciò, o forse anche per questo, stavano spuntando figure di rilievo negli ambienti commerciali come dimostra la storia dei Grandi Magazzini Mele e dei loro proprietari, i fratelli Emiddio e Alfonso, che, partendo da un piccolo negozio di tessuti in zona Mercato, giunsero ad aprire nell’ottobre 1889 i Magazzini italiani di fronte alla galleria Umberto I in uno spazio di oltre duemila metri quadri con oltre cinquecento dipendenti. Il grande negozio fu realizzato avendo come punto di riferimento Le Bon Marché e le Galeries La Fayette parigine, simbolo di una Belle Époque che oramai stava pervadendo tutta Europa. Le nuove cattedrali del commercio infatti rappresentavano il trionfo della borghesia assieme alle Borse, ai municipi, alle grandi stazioni, ai viali alberati e costituivano così la prima grande innovazione nell’offerta di beni di consumo generando «una nuova forma di lusso, per così dire borghese, riproducibile ed estensibile, con attenzione, anche ai ceti meno elevati» (p. 83). E i Mele si inseriscono pienamente nello zeitgeist con l’utilizzo dello slogan “Massimo buon mercato” con l’intento di rivolgersi anche agli strati modesti della piccola borghesia e perfino alla nascente classe operaia con l’istituzione de “Il Sabato degli Operai. Dalle 16 alle 19 precise di ogni sabato: articoli di occasione immessi appositamente”. Le dame dell’aristocrazia napoletana, nostalgiche dei Borbone ma passate senza particolari crucci e patemi alla corte dei Savoia, raccontate con sapidità da Matilde Serao sulle colonne de Il Mattino, le signore borghesi prese a modello dal Zola de Il paradiso delle signore convivevano con iniziative filantropiche come il pranzo offerto annualmente ai poveri della città nella villa di Posillipo di proprietà di Emiddio Mele. E, accadeva così che nell’antica capitale la miseria dei fondaci e la delinquenza plebea della camorra convivessero con gli estremi lussi di un’aristocrazia ondeggiante tra Capodimonte e i circoli nautici e con un’esigua ma intraprendente borghesia capace di guardare all’Europa e dalla quale apprese anche un certo impegno per la cosa pubblica.

I Mele erano amici di Francesco Saverio Nitti e l’intellettuale lucano, al quale lo stesso Barbagallo dedicò una biografia nel 1984, è il protagonista non dichiarato del volume in quanto proprio in quegli anni diverrà l’artefice della legge speciale, promulgata nel luglio del 1904, sullo sviluppo della città di Napoli e giunta dopo che nel 1901, in seguito all’ennesimo scioglimento del consiglio comunale per numerosi episodi di corruzione, era stato deciso il varo di una commissione d’inchiesta presieduta dal senatore Giuseppe Saredo. Le conclusioni furono nette e senza attenuanti, esisteva una questione “napoletana”diversa da quella meridionale che andava affrontata con vigore in particolar modo con il riordino dell’apparato amministrativo. L’inchiesta Saredo ridiscuteva i caratteri profondi del rapporto istituzioni-società così come era venuto configurandosi dopo l’unità e la rottura tra Napoli ed il Mezzogiorno, segnalando la presenza di cronici ritardi anche rispetto a Bari e Catania mentre Roma ne ereditava oramai la tradizionale capacità di attrazione delle energie intellettuali ed economiche della provincia meridionale. Simili conclusioni convinsero il governo e l’opinione pubblica che la città avesse bisogno di un aiuto concreto basato sulle idee nittiane sviluppate nel suo Napoli e la questione meridionale, di una promozione di un rapido e consistente sviluppo industriale della città emancipandosi così dal disegno urbanistico e da quello della questione morale. Si metteva così in moto «il complesso meccanismo di agevolazioni fiscali, sgravi doganali, creazione d’infrastrutture, riserve di materiali e di commesse, che aveva l’obiettivo di sollecitare l’iniziativa capitalistica locale verso gli investimenti industriali» (p. 78)  anche se la legge venne utilizzata dalla classe politica locale come uno dei consueti provvedimenti di sostegno statale alla disastrata economia cittadina e alle sempre sofferenti finanze municipali tanto che le proposte di municipalizzazione dei servizi pubblici proposte dai socialisti vennero sconfitte a vantaggio di progetti di convenzione con privati.

La struttura economica napoletana non mutò quindi come avrebbe voluto Nitti ma il sistema industriale, come evidenziato da Giovanni Brancaccio, si rafforzò grazie alla creazione di nuovi grandi impianti, quasi tutti ad alta intensità di capitale e a bassa concentrazione di manodopera e, soprattutto, consentì la formazione di una nuova classe operaia che assunse un ruolo importante nelle lotte del 1908 e nelle elezioni amministrative del 1913 che scalzarono il blocco clerical-moderato che dal 1901 amministrava ininterrottamente la città.[2] Barbagallo si distacca però dal giudizio nittiano, «Napoli muore lentamente sulle sponde del Tirreno», a suo giudizio infatti «non si poteva dire una “città morta”, come allora veniva definita la fiamminga bellissima Bruges» perché «Napoli vive davvero la sua Belle Époque, che non è fatta solo di luminosi café chantant e seducenti chanteuses, ma anche di iniziative economiche e progetti politici, di espressioni culturali di elevato livello e delle prime, originali forme di cultura di massa» (p. 103). Non era, del resto, questione soltanto di alta cultura o di discipline umanistiche e scientifiche, fu tutta la vita intellettuale a sviluppare fino in fondo le proprie potenzialità anche in ambiti inaspettati grazie alla naturalezza con cui, nella cornice della sua tradizione popolare, si sviluppò la sua nuova cultura artistica e letteraria.

Ed è proprio questo infatti, il periodo del più grande successo della canzone napoletana che nasce ufficialmente nel 1880 quando Funiculì Funiculà venne presentata a Castellammare di Stabia per l’inaugurazione della funicolare del Vesuvio a dimostrazione del forte legame che si instaura tra una grande produzione di canzoni e le prime forme di una pubblicità che trovano il loro diapason nel festival musicale di Piedigrotta e nella grande produzione di motivetti per il varietà. E non stupisce che anche uomini di lettere si prestassero, con qualche sofferenza, a questo meccanismo e che artisti quali Salvatore Di Giacomo, Roberto Bracco, e Francesco Paolo Tosti scrivessero in quegli anni canzoni quali Era de MaggioCatarì che entrarono da subito nel repertorio delle sciantose che passavano dai brani sentimentali a quelli più ironici e carichi di doppi sensi. Oltre alla canzone trovò nuova linfa anche il teatro che, affossata definitivamente la maschera di Pulcinella dalle parole di Giorgio Arcoleo che la considerava l’espressione del plebeo lazzarone devoto ai Borbone, vide spuntare la stella di Eduardo Scarpetta e della sua maschera, don Felice Sciosciammocca, non a caso un piccolo borghese che bene rappresentava i ceti sociali emergenti e mai analizzati prima dalla cultura, né l’alta e né quella bassa. Il padre dei fratelli De Filippo non esitò, conscio del grande successo di pubblico ottenuto e sicuro dei propri mezzi, a realizzare una parodia de La figlia di Iorio di D’Annunzio per la quale fu addirittura querelato e successivamente assolto grazie alla testimonianza di Benedetto Croce che, in sede di giudizio, sottolineò come «la parodia fosse un tributo all’autore e non un’ingiuria» (p. 119).

Un Benedetto Croce che, dal 1893, aveva conosciuto una giovane romagnola, Angelina Zampanelli, con la quale visse more uxorio per vent’anni nella sua abitazione napoletana e che aiutò il filosofo a raggiungere quella tranquillità che gli consentì di vivere la piena maturità intellettuale in un fervore di iniziative viaggiando anche in tutta Europa. Opere quali Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generaleLa filosofia di Giambattista Vico Per la interpretazione e la critica di alcuni concetti del marxismodiedero al filosofo abruzzese una fama mondiale e proprio quest’ultima assunse una sua importanza peculiare per la riduzione del marxismo a canone di interpretazione storica con una lettera a Nitti nella quale, rispondendo all’appellativo “compagno” datogli da Turati, rispose «io desidererei acquistare una fede così piena da poter accettare in tutta la sua estensione quel nome di compagno. E chi sa che non venga il momento! Ma per ora non mi sento maturo abbastanza» (p. 124).

Socialisti che anche a Napoli si espansero, come detto precedentemente, grazie agli incentivi della legge speciale che portarono ad uno sviluppo del settore metalmeccanico e siderurgico ed in particolare all’impianto dello stabilimento Ilva di Bagnoli e delle Officine Meccaniche. Proprio questo stabilimento fu il luogo nel quale, nel 1908, ebbe luogo uno sciopero generale per protestare contro il piano di ristrutturazione aziendale basato soprattutto sull’introduzione del cottimo a premio che garantiva agli operai un premio connesso alla riduzione dei tempi del lavoro e che, se applicato integralmente così come auspicato dalla direzione della società, avrebbe sancito uno sfruttamento quasi perfetto: più l’operaio lavorava e più l’operaio guadagnava. La società decise la serrata di oltre un mese, gli operai ebbero anche la solidarietà di gran parte della classe politica napoletana, ma la crudezza e la violenza dei toni non prometteva nulla di buono per l’avvenire come lucidamente segnalò il prefetto Giovanni Gasperini che nel trarre un bilancio della vertenza scrisse che «la dimostrazione fatta di respingere qualunque azione pacificatrice nella contesa […] è la prova manifesta di una lotta a coltello, che potrà avere nella sua esplicazione non lievi conseguenze, nei rapporti dell’ordine e della tranquillità pubblica e dello stesso risorgimento industriale di Napoli» (p. 156). Governo, prefettura e amministrazione, secondo quanto auspicato da una nuova generazione di “padroni delle ferriere”, erano considerati oramai degli interlocutori della proprietà aziendale sul piano dell’esecuzione delle infrastrutture ma non se ne tollerava alcuna interferenza nei conflitti di lavoro salvo organizzare una serrata al principio del 1910 per richiedere con forza al governo la proroga decennale delle esenzioni fiscali previste dalla legge speciale per Napoli, la derivazione dell’energia elettrica dal Volturno, l’avvio dei lavori al porto, e delle opere infrastrutturali necessarie al funzionamento del nuovo quartiere industriale. Il deteriorarsi delle relazioni industriali verrà sancito definitivamente dalla vertenza del 1912-13 che vide protagonisti gli operai delle Ferriere e acciaierie del Vesuvio di Torre Annunziata nella protesta, come accaduto solo pochi anni prima, contro le pessime condizioni di lavoro e l’esiguità dei salari. La risposta dell’azienda fu la medesima utilizzata dalle Officine meridionali, una serrata che fu condotta, secondo le parole del prefetto di Napoli Giuseppe Sorge, con un «contegno quasi provocatore certo non opportuno di questo Direttore» e dopo nove mesi gli operai furono sconfitti nonostante avessero mostrato una compattezza non scontata e la rivendicazione convinta dei «precedenti continuati ottimi rapporti tra maestranze e Direzione» (p. 162).

Le elezioni amministrative del 1914 segnarono la fine della coalizione moderata con la vittoria di un “blocco popolare” che si presentò alle elezioni con un programma che racchiudeva tutto il meglio di quanto progettato e – in parte – attuato dalla classe dirigente nel periodo precedente (municipalizzazione delle aziende dei servizi pubblici, attuazione rapida della legge per Napoli, lotta contro il caro degli affitti, sviluppo del trasporto pubblico, tutela del consumatore ed edilizia scolastica) e con uno schieramento che andava dai vecchi liberali eredi della sinistra nicoterina, a radicali, repubblicani, giolittiani sino a sindacalisti e socialisti riformisti come Arturo Labriola che sarà prosindaco della città nel 1918.  Il Fascio dell’Ordine, la coalizione avversaria, che godeva del sostegno di Benedetto Croce, del direttore de Il Mattino, Edoardo Scarfoglio, fu sconfitto nettamente ma l’entrata in guerra dell’Italia, nel maggio 1915, cambiò radicalmente il quadro cittadino tanto da far scrivere a Barbagallo parole lapidarie: «la guerra si sarebbe rivelata un pessimo affare per Napoli e per tutto il Mezzogiorno. La spesa pubblica avrebbe sempre più privilegiato le aree già sviluppate del Nord, negli anni di guerra e della riconversione industriale nel ventennio fascista». Ma, soprattutto, «fino alla Grande Guerra Napoli è ancora una capitale europea. Dopo non la sarà più» (p. 178).

Molti libri di storia si scrivono con un occhio al presente e lo stesso Barbagallo ha confessato in un’intervista recente che «solo nel passato possiamo trarre elementi di speranza per il futuro» e che la spinta a riconsiderare il passato sotto una nuova luce, diversa anche dai suoi stessi giudizi passati, è generata da diversi fattori ed, in particolar modo, «è stato un moto di ribellione contro la propaganda isterica su Napoli città della munnezza. Ho ricostruito un passato glorioso, però è vero che il confronto con il presente è impietoso. La capacità organizzativa e progettuale della classe dirigente era notevole»[3]. E la stessa dedica ad inizio del volume, “a chi mi ha reso felice”, sembra rimandare ad un’epoca spensierata della città nella quale l’autore è nato e alla quale ha dedicato gran parte dei suoi studi.

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