Italiani verso la "schiavitù"

All’inizio del ’900 la spesa pubblica assorbiva il 10% del reddito nazionale, a metà secolo, negli anni Cinquanta, il 30%, a fine secolo marciava verso il 50%.

Un paese in cui la spesa pubblica assorbe la metà del reddito non è un paese libero: i suoi cittadini sono “schiavi dello Stato” per metà del loro tempo, costretti a lavorare gratis per sei mesi e solo nei restanti sei mesi liberi di lavorare a vantaggio proprio e della propria famiglia.

È essenziale, quindi, fermare il crescendo fiscale prima che confischi del tutto la nostra libertà.

Coloro i quali hanno dubbi, dovrebbero spiegarci quale sarebbe il senso della libertà in un paese in cui lo Stato mi portasse via il 100% del mio reddito.

Il problema può essere spiegato con le parole di Herbert Spencer:

Che cosa è essenziale all’idea di uno schiavo? In primo luogo ce lo figuriamo come un individuo posseduto da un altro. Però, affinché la proprietà sia più che nominale, bisogna che si palesi col dominio esercitato sulle azioni dello schiavo, dominio che abitualmente è tutto a beneficio del dominatore. Quello che fondamentalmente distingue lo schiavo è il fatto che egli è obbligato a lavorare per soddisfare i desideri di un altro.

Rammentando che in origine lo schiavo è un prigioniero la cui vita è in mano di colui che l’ha catturato, basterà qui osservare che v’è una dura forma di schiavitù in cui l’uomo, trattato come un animale, è costretto a spendere tutte le sue forze a vantaggio del suo padrone.

Sotto un sistema meno duro, sebbene egli sia principalmente occupato a lavorare per il padrone, gli viene concesso un breve spazio di tempo in cui può lavorare per conto proprio, ed un pezzo di terreno che gli procura alimenti extra; un altro miglioramento di sorte gli permette di vendere il prodotto del campicello e di tenersi i denari ricavati. Poi arriviamo alla forma di schiavitù ancora più moderata, e che generalmente sorge nei paesi conquistati, ove l’uomo libero che una volta coltivava la propria terra è ridotto alla condizione di servo; egli è costretto a dare ogni anno al suo padrone una quantità determinata di lavoro, o di prodotto, o di ambedue, mentre ritiene il resto per sé.

Se lo schiavo lavora esclusivamente per il padrone la schiavitù sarà più grave, e se per lui lavora poco, sarà più leggera. Andiamo più innanzi. Supponiamo che il padrone muoia e che la sua proprietà, con gli schiavi, sia comprata da una società; la condizione dello schiavo sarà forse migliore, se per lui rimane la stessa quantità di lavoro obbligatorio?

Supponiamo che alla società si sostituisca la comunità: miglioreranno forse le sorti dello schiavo, se il tempo che dovrà lavorare per gli altri sarà sempre molto, e poco quello che gli rimane per lavorare per sé? Il punto essenziale è questo: quanto è costretto a lavorare a beneficio altrui e quanto può lavorare a beneficio proprio?

Il grado della sua schiavitù varia in ragione di ciò che è costretto a cedere e di ciò che può ritenere per sé, e non significa nulla che il suo padrone sia uno solo o una società. Se, senza che dipenda dalla sua volontà, deve lavorare per la società, ricevendo dal fondo generale quello che essa gli assegna, diventa schiavo della società. Gli ordinamenti socialisti rendono necessaria una schiavitù di questo genere.

In altri termini, fra fiscalità e libertà personale esiste una relazione inversa, tanto più pericolosa in quanto scarsamente compresa, e commetteremmo un errore imperdonabile se ci cullassimo nell’illusione che qualsiasi livello di fiscalità sia compatibile con la sopravvivenza di una società tollerabilmente liberale.

Per usare delle parole di Robert Nozick, il filosofo di Harvard, che ha ampiamente utilizzato la “parabola” di Herbert Spencer: «La tassazione del reddito da lavoro configura una sorta di lavoro forzato».

Se lo Stato mi porta via l’equivalente del reddito di un certo numero di ore di lavoro, è come se mi costringesse a lavorare gratis per quel numero di ore, come se mi rendesse suo schiavo, sia pure limitatamente a quel dato numero di ore.

Il fatto che la fiscalità abbia una forma monetaria – paghiamo le imposte in moneta – non dovrebbe trarre in inganno: per poterci procurare i soldi da versare all’erario, dobbiamo lavorare.

Quando “compiamo il nostro dovere civico” è come se versassimo al fisco il numero di giornate lavorative che sono state necessarie per farci guadagnare i quattrini in questione. L’unica forma di fiscalità in natura era costituita dal servizio militare obbligatorio (abolito con la “Legge Martino” a partire dal 1° gennaio 2006): il soldo corrisposto ai militari di leva costituisce indennizzo solo parziale per il tempo dedicato a “servire la Patria”. La differenza rappresentava una forma di tassazione in natura anziché in moneta, ma si trattava solo di un fatto formale: se, invece di prelevare, diciamo, il reddito di un mese, il fisco mi costringesse a lavorare gratis per un mese, le cose cambierebbero poco.

Com’è noto, Karl Marx chiamava “sfruttamento” la differenza fra il valore di un dato lavoro e il compenso corrisposto al lavoratore per quel lavoro. Il problema della fiscalità può essere visto anche in un’ottica marxiana: si tratta della differenza fra il reddito prodotto dal lavoratore e la sua retribuzione al netto delle imposte.

Altra volta ho definito tale fenomeno come “sfruttamento politico-burocratico”. Si tratta di uno sfruttamento che, quanto a dimensioni, è enormemente maggiore di quello (peraltro assai dubbio) teorizzato da Marx. La quota di profitti sul reddito nazionale, infatti, ammonta a pochi punti percentuali, mentre lo “sfruttamento politico-burocratico” si porta via oltre la metà del nostro reddito. Ma, si obietterà, non siamo in democrazia, l’ammontare del prelievo fiscale non è deciso da una maggioranza democratica?

La risposta è ovvia.

Per dirla con Alexis de Tocqueville: «Vi sono, oggi, molti che s’adattano volentieri a questa sorta di compromesso fra il dispotismo amministrativo e la sovranità popolare e ritengono di aver garantito sufficientemente la libertà degli individui col darla in tutela ad un potere nazionale. Per quel che mi riguarda, ciò non basta affatto: la natura del padrone mi interessa assai meno del dovere dell’obbedienza».

O ancora Herbert Spencer: «Se gli uomini usano della loro libertà in modo da perderla, sono forse essi, dopo, meno schiavi? Se un popolo con un plebiscito elegge a governarlo un despota, rimane forse libero perché ha creato da sé il despotismo?» Ed aggiunge: «Queste molteplici leggi restrittive non si difendono col dire che procedono da un corpo scelto dalla nazione; perché come non si considera illimitata l’autorità di un monarca, così non è illimitata quella di un corpo scelto dalla nazione; e come il vero Liberalismo del passato disputava al monarca l’autorità illimitata, così il vero Liberalismo dei tempi nostri deve disputarla al Parlamento».

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