Il made in italy esiste ancora?

1002643_10152038309463546_987609254_aQuando sento discorsi del tipo “il valore aggiunto di un imprenditore Italiano è il made in italy”, è la conferma che non hanno capito un cazzo.

Il made in italy nel passato ha avuto successo grazie alla lira e per questo erano gli stessi acquirenti esteri a sponsorizzare i prodotti Italiani perché compravano a 100 lire e vendevano a un dollaro, quindi massimizzavano i profitti grazie agli Italiani.

Da quando l’Italia ha abbandonato la lira ed ha adottato l’euro, i buyers stranieri non hanno più interesse a comprare in Italia e si sono spostati sui mercati asiatici con prezzi molto più competitivi.

Venti anni fà, andavi a New York o a Toronto, o in qualunque citta d’Europa e avevi un capo o una valigetta o un paio di scarpe di un brand Italiano eri trend, oggi non è più cosi, perché se vai nei negozi in giro per il mondo, i negozianti non hanno più interesse a spingere il prodotto Italiano, perché costoso e superato nella qualità da prodotti cinesi o di provenienza da paesi canaglia che non rispettano i diritti umani, a prezzi molto più competitivi.

Qualcuno mi dirà che i prodotti Italiani sono migliori… GRANDE CAZZATA!! ormai è solo l’Italiano a pensarla cosi, un pò come una ex bella donna si autoconvince che è sempre la più bella.

Qualcuno mi sa dire perché la APLE un brand leader nel settore tecnologico, produce i suoi gioiellini in cina da mani cinesi?

Come mai l’Italia patria del settore meccanico lo stesso ha delocalizzato all’estero quasi tutti i modelli più redditizi?

Come mai non siamo riusciti a rimanere leader nel settore teconologico, nonostante il primo PC è nato in Italia in un’azienda chiamata Olivetti?

Il made in italy è davvero sul viale del tramonto? Io penso di si, già da un decennio.

Ormai tutti i migliori brand Italiani sono andati in mani straniere, brand che vanno dalla moda ai motori, agli alimentari.

L’Italia è il Paese dello shopping: e non mi riferisco ai turisti che vengono a spendere nei nostri negozi ma alle aziende del  made in italy che finiscono nelle mani di holding straniere, finendo per perdere la loro identità (e spesso anche i poli produttivi).

I saldi all’italiana, che negli ultimi 4 anni hanno portato quasi 500 marchi nostrani in mano straniera, non accennano a fermarsi neanche in questo primo scorcio di 2014: dopo il passaggio di Poltrona Frau all’americana Haworth è la volta della casa di moda Krizia, ceduto ad un gruppo cinese leader del mercato asiatico, la società di Shenzhen Marisfrolg Fashion co.

La celebre casa di moda fondata sessanta anni fa da Mariuccia Mandelli è solo l’ultima di una serie di marchi del settore che è stata venduta all’estero: a fare shopping in Italia sono stati i francesi con Lvmh, che ha comprato Bulgari, Fendi, Emilio Pucci e Loro Piana.

Ma anche gli arabi del Qatar hanno acquistato nomi prestigiosi come Valentino e Pal ZileriLoro Piana, leader nella lavorazione di cashemere e lana pregiata, lo scorso anno ha ceduto l’80% del capitale a LMVH, holding del lusso francese capitanata da Bernard Arnault, per 2 miliardi di euro. LVMH ha già fatto  campagna acquisti nel settore del lusso Italiano, acquisendo tra gli altri Bulgari, Fendi e Pucci.

Sempre dalla Francia, l’altra holding Kering-Ppr, della famiglia Pinault, ha rilevato Gucci, Brioni e Pomellato, mentre Valentino e il Valentino Fashion Group (che comprende anche la licenza per il marchio M Missoni), è passato alla Mayhoola for Investment, società del Qatar riconducibile allo sceicco Hamad bin Kahlifa al Thani.

Dopo la moda tocca alle telecomunicazioni made in Italy finire nelle mani straniere. La notizia dell’accordo raggiunto dall’iberica Telefonica con Telecom rendono infatti la più grande azienda italiana del settore più spagnola che nostrana.

La meccanica ha perso gioielli come la Ducati comprata dalla tedesca Audi del gruppo Volkswagen per 747 milioni nel 2012 quando già nel 1998 avevano rilevato la gloriosa Lamborghini, sempre nel 2012 la Ferretti yacht diventa cinese.

Non va meglio per l’enograstronomia, fiore all’occhiello d’Italia. Un altro marchio storico del made in Italy è in mano straniere. Questa volta tocca ai cioccolatini Pernigotti: la società, che detiene il marchio dei golosi gianduiotti, ha infatto firmato un accordo con il gruppo della famiglia Toksov di Istambul a cui cede l’azienda.

Tra i principali acquirenti Unilever, multinazionale anglo-olandese proprietaria dell’Algida, dell’olio d’oliva Bertolli (poi ceduto alla spagnola Sos Cuetara che già controlla Carapelli e Sasso), delle confetture Santa Rosa e del riso Flora.

Continuando la francese Lactalis ha acquistato la Parmalat e i marchi Galbani e Invernizzi, Cademartori, Locatelli e Président; la Nestlé è proprietaria di Buitoni e Sanpellegrino, Perugina, Motta, l’Antica Gelateria del Corso e la Valle degli Orti; i Sudafricani di SABMillerhanno acquisito la Peroni; l’oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vokda Russki Standard, ha comprato Gancia; i pelati AR sono finiti addirittura nelle mani di una controllata dalla giapponese Mitsubishi.

Queste acquisizioni non sono casuali, perché il settore del lusso è quello che fa registrare i dati di vendita più alti. Tanti mancati introiti per il sistema Italia, ma la domanda che bisogna porsi è anche un’altra, dolorsa ma necessaria per non cadere nei pregiudizi: queste aziende potevano sopravvivere nel mercato globale senza far parte di un grande gruppo? Artigianato e tradizione spesso non vanno molto d’accordo con i ritmi e le pretese di un mercato in cui le spese di produzione si alzano e i profitti calano.

Vendere è forse di vitale importanza per gli imprenditori, ma in tutto questo discorso si sente l’assenza dello Stato, che nulla sembra volere e potere fare per arrestare la dissoluzione del made in italy e, anzi, vessa sempre più le aziende con una pressione fiscale a livelli record (per non dire ridicoli).

Ecco così che una opportunità di crescita per il comparto esportazioni viene ridotta al lumicino dall’esternalizzazione della proprietà e, molto spesso, anche della produzione. Il primato sul bel vivere e vestire non ci appartiene più, è meglio farsene una ragione.

In giro per il mondo ci vantiamo tanto della nostra moda, dei nostri cibi e della nostra creatività, ma ormai (come nel caso della fuga dei cervelli) tutto questo è al servizio di proprietà straniere. Il fenomeno, come detto, non si riferisce soltanto al settore della moda e del lusso perché la fuga del made in italy dall’Italia riguarda tutti i comparti economici, dall’abbigliamento all’alimentare passando per i motori e i gioielli. Non esiste settore che non sia stato toccato dalle mani delle ricche holding straniere.

Considerato tutto questo, siamo ancora sicuri di comprare lo stile italiano quando portiamo a casa uno di questi prodotti?

Ma soprattutto, il made in italy non è così condannato a morte certa?

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