"EUROPEAN REDEMPTION FUND": che cos'è e come ci rovinerà

Di nascosto, nel silenzio mediatico più omertoso, sta nascendo l’ultimo mostro partorito dall’Unione Europea: l’European Redemption Fund (sigla RF o ERF).

La prima considerazione che ci sovviene a tale proposito riguarda il nome scelto per il mostro: è davvero curioso, e significativo, come questo nome faccia leva sul senso di colpa di matrice religiosa, inducendo gli stolti e i disinformati a credere che debbano “redimersi” dai loro peccati e ad accettare quindi senza discutere la punizione loro inflitta. Da questo uso, o abuso, della terminologia cattolica da parte dell’Unione Europea (cfr. “austerità”, “sacrificio”, “salvezza”, “redenzione”…), ha espressamente messo in guardia il prof. Alain Parguez in diverse occasioni.

Cerchiamo di capire in poche parole di che si tratta, ricorrendo alla sintesi che ne ha fatto il giornalista Paolo Barnard, che per primo ha dato notizia della cosa.

L’idea del Redemption Fund è tedesca, e precisamente del Consiglio Tedesco di Esperti Economici, ed il documento che ne annuncia la nascita è ufficiale, perché è della Commissione Europea.

Scrive Barnard: “Ecco cosa sta per accadere: il 70% del debito pubblico italiano, più di 2 mila miliardi di euro, sarà trasferito a un fondo europeo comune, chiamato Redemption Fund (di seguitoRF), dove saranno convogliate anche tutte le eccedenze di debito pubblico degli altri Stati dell’Eurozona. Cioè: siccome il Trattato di Maastricht stabilisce che il debito pubblico degli Stati non deve essere superiore al 60% del PIL, tutto ciò che eccede questo limite nei debiti pubblici dei 17 Paesi dell’euro sarà trasferito in questo Redemption Fund.”

Saranno quindi cifre immense, che diverranno a quel punto di proprietà del RF.

Attenzione: gli Stati dell’euro trasferiranno tutte le eccedenze di debito pubblico sopra al limite del 60% sul PIL al RF, masaranno comunque tenuti a onorare la parte del debito trasferita (cioè a ripagare interessi e scadenze).

Ma qual è lo scopo di tutto questo? In teoria, a parole, uno scopo benefico: il RF dovrebbe aiutare tutti gli Stati, e soprattutto quelli più indebitati come Italia, Grecia, Portogallo. Come? Vendendo i suoi titoli agli investitori per racimolare soldi. Con quei soldi i governi dell’Eurozona potranno finanziarsi ed onorare così il proprio debito pubblico trasferito nel RF.

E quale sarebbe il vantaggio di questo strano giochetto? Semplice: come spiega ancora Paolo Barnard, “siccome i titoli del RF saranno garantiti da tutti i 17 Paesi euro, essi saranno, agli occhi dei compratori, super sicuri, quindi gli interessi che il RF pagherà su di essi saranno molto bassi. Certamente più bassi degli interessi che Italia, Spagna, Grecia, Francia, Portogallo pagano oggi per finanziarsi coi propri titoli di Stato. E qui sta la parte vantaggiosa, cioè i 17 dell’euro si potranno finanziare e potranno finanziare i ri-pagamenti sul loro debito pubblico a tassi molto più bassi grazie a questi titoli RF.”

Quindi tutto bene, no?

NO!

Il documento della Commissione Europea che descrive questo meccanismo, infatti, specifica che l’adesione al progetto RF da parte degli Stati comporta condizioni severissime, e cioè programmi di tagli feroci alla spesa pubblica, agli stipendi, alle pensioni, all’occupazione, a tutti i servizi pubblici. La Commissione parla espressamente di “super potere d’intervento nei programmi di spesa dei governi”, in aggiunta ai poteri che già ha grazie alFiscal Compact.

Può bastare per la nostra galleria degli orrori? Eh no, c’è di peggio.

La Germania, infatti, per garantire il ri-pagamento da parte degli Stati del suo debito, “propone” (= impone) che:

a) sia trattenuta a suo vantaggio una quota del già micidiale prelievo fiscale di oggi, oppure si introducano nuove tasse, specialmente aumenti dell’IVA;

b) gli Stati partecipanti promettano in pegno le loro riserve di moneta straniera e le loro riserve d’oro come garanzia sui ri-pagamenti.

Specifica ancora Barnard: “I primari trattati di Maastricht, il Fiscal Compact, il MES, l’Europact, cui si aggiungono le concessioni di spesa pubblica offerte il 3 luglio all’Italia dalla Commissione Europea e il futuro trattato per la nascita del Redemption Fund per i debiti pubblici dell’eurozona, tutti questi contengono la seguente clausola:

a patto che il Paese aderente adotti stringenti misure di aggiustamento della spesa pubblica”;

cioè, la nazione che ha ratificato o che ratificherà quegli accordi, come l’italia, dovrà impegnarsi obbligatoriamente a:

a) tagliare la spesa pubblica in servizi, sanità, istruzione e infrastrutture;

b) tagliare i salari pubblici e le pensioni;

c) privatizzare tutto ciò che è rimasto pubblico, inclusa l’acqua e le infrastrutture vitali del paese;

d) licenziare fette d’impiego pubblico, anche fra gli impieghi vitali come insegnanti, vigili del fuoco, polizia e sanitari;

e) liberalizzare ogni settore dell’economia, anche quelli strategici per l’interesse pubblico;

f) ridurre al minimo il welfare e gli ammortizzatori sociali.”

La denuncia di Barnard si spinge oltre e coinvolge i princìpi stessi su cui si regge l’intera Eurozona: “Sono in realtà questi dogmi, Bibbia, spina dorsale, raccolti in quella clausola, che devono essere imposti a milioni di cittadini e ai loro governi, e i trattati assieme alla UE stessa e all’Eurozona sono solo il veicolo per imporli. Capite? Non il contrario. Cioè: a noi hanno raccontato che i trattati, la UE e l’eurozona sono il cuore di tutto, sono il goal finale di un grande lavoro, che sono le istituzioni cardine del futuro europeo. Ma non è vero. Il cuore di tutto, il goal ultimo, l’istituzione cardine del futuro europeo è quella clausola neoliberista e neoclassica socialmente distruttiva, che deve devastare intere società ed esautorare gli Stati per il profitto di pochi”.

Barnard sintetizza il tutto con amaro sarcasmo: “per noi italiani, oltre che per molti altri, saranno ancor più miserie sociali, tagli a tutti i servizi, fallimenti di aziende come piovesse, disoccupazioni record, con i coglioni mediatici che in prima serata si chiederanno… “perché questa crisi non passa?”

 

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